lunedì 9 aprile 2012

Napolitano e la cittadinanza ai figli degli immigrati.


Cittadinanza ai figli degli immigrati. 

Una strada possibile nel rispetto della Costituzione.

Premetto che ritengo che l'attuale legge sulla cittadinanza italiana sia un esempio di come i nostri legislatori siano capaci di creare leggi così inadeguate ed imperfette che poi ci costringono a una serie di modifiche attuate attraverso le c.d. "interpretazioni autentiche",regolamenti, circolari, ecc.
Io farei semplicemente piazza pulita cancellando tutti gli errori precedenti e ne farei una nuova, retroattiva, che eliminasse tutte le difficoltà di applicazione ed interpretazioni attualmente esistenti.
Ma ci vuole coraggio per cambiare.



Roberto Maroni, il giornale La Padania, ed altri esponenti politici sostengono che la proposta del Presidente Napolitano di concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati attraverso lo ius soli "sarebbe uno stravolgimento dei principi contenuti nella Costituzione".


Si sbagliano. La Costituzione non definisce chi è o non è cittadino italiano e quindi, qualsiasi questione legate all'acquisto della stessa non ha niente a che vedere con la costituzione. Ecco cosa succede a comprare le lauree invece di studiare....


La cittadinanza è materia delle leggi 555/1912 prima e 91/1992 poi che nell'attuale versione, e limitatamente al discorso dello "jus sanguinis" indicano che è italiano il figlio di padre o di madre cittadini.


Ed è proprio la stessa legge sulla cittadinanza che stravolge il concetto dello Jus Sanguinis quando impone la necessità di una continuità per la trasmissione di cittadinanza. In entrambi i sensi.


Mi spiego meglio.
Lo ius sanguinis presuppone una concezione "oggettiva" della cittadinanza, basata sul sangue, sull'etnia o sulla lingua.


Un figlio nato da uno straniero che lo è da generazioni ma che per qualche motivo ha la cittadinanza italiana è egli stesso italiano, anche se non ha nulla nel sangue, nella lingua a o nell'etnia che giustifica tale cittadinanza.


E al contrario, un figlio nato all'estero da un italiano, che lo era da generazioni, ma che per qualche motivo ha perso la cittadinanza prima del 1992, non è egli stesso italiano, anche se ha il sangue e l'etnia di un italiano.  


Che paradosso eh?


Ecco quindi che le nostre leggi sulla cittadinanza hanno da tempo stravolto il concetto dello jus sanguinis, prevedendo tra l'altro, anche che la cittadinanza può essere acquisita da uno straniero anche solo dopo 18 mesi di matrimonio in presenza di figli minori, se coniugato con un italiano. 


Il principio dello jus sanguini potrà quindi essere stato l'elemento ispiratore della nostra legge sulla cittadinanza, ma non è di certo l'elemento regolatore della stessa.


Concedere la cittadinanza a bambini stranieri residenti è possibile senza dover modificare alcuna legge, ma semplicemente rendendosi conto che se vale la definizione corrente dello jus sanguinis, il bambino straniero nato e residente in italia, nel momento nel quale impara a parlare l'italiano, è italiano per lo stesso principio di cui sopra, poichè la lingua è sullo steso piano dell'etnia o del sangue.


Giusto o sbagliato che sia, ritengo che sia molto più meritevole dare la cittadinanza ad un bambino straniero nato in italia, da sempre residente e che sappia parlare l'italiano, che invece ad un coniuge straniero che magari dopo 2 anni si divorzia pure dal partner italiano, ed ahimè, ormai è italiano per sempre, anche se di italiano non ha proprio niente.


Ma se la diamo nel secondo caso, cosa ci impedisce di darlo nel primo?

2 commenti:

  1. la cittadinanza è un concetto relativo, quello che va garantito ai bambini italiani e non nati sul territorio è le giuste tutele e diritti allo studio, all'educazione, ecc...

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